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Proposte

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Il lavoro e le regole. Scienze sociali e diritto del lavoro... - 164/2022 (3)

Obiettivi e contenuti della special issue

 

Lo scopo della special issue è di ricostruire la trasformazione del rapporto fra diritto del lavoro e sociologia, con particolare riferimento alla stagione che si è aperta dopo la crisi finanziaria del 2008 e si è aggravata con la crisi sanitaria, attraverso contributi multidisciplinari nei quali si riconoscano gli elementi di convergenza e di frizione fra il punto di vista sociologico e quello giuridico in ordine alle trasformazioni del lavoro e delle organizzazioni produttive.

 

Il rapporto fra la prospettiva sociologica e quella giuridica sul lavoro ha cambiato segno più di una volta da quando, fra le due guerre mondiali, il diritto del lavoro è emerso come disciplina autonoma dal diritto civile.

La prospettiva delle scienze sociali ha avuto un rilievo determinante nello sviluppo delle categorie fondamentali del diritto del lavoro cosiddetto “classico”. Per i giuslavoristi “classici”, il contratto di lavoro è diverso dagli altri contratti civili e commerciali nella misura in cui il rapporto di lavoro va inteso, sociologicamente, come rapporto di soggezione e subordinazione, e non dunque come contratto fra eguali. La capacità di riconoscere giuridicamente un rapporto di potere de facto fra due soggetti – datore di lavoro e lavoratore – è la base essenziale su cui è stato costruito il diritto del lavoro, innescando un processo di civilizzazione dell’impresa (Supiot 1994, cap. IV).

Una relazione molto stretta con l’analisi sociologica è anche alla base dello sviluppo del diritto sindacale. Basti ricordare che il costrutto di ordinamento intersindacale – alla base delle norme promozionali della Legge 300/1970 – fu elaborato da Gino Giugni sulla scorta dell’istituzionalismo di Commons e Perlman.

 

A partire dagli anni Novanta, la svolta neo-riformista del diritto del lavoro è stata accompagnata da un’inversione di prospettiva. L’indebolimento delle tutele del lavoro è stato giustificato sulla base della permanente emergenza occupazionale, accompagnata dall’idea che il lavoro fosse sempre meno bisognoso di tutela. A questa possibilità hanno dato un contribuito non secondario le ricostruzioni delle trasformazioni organizzative che enfatizzavano i presunti guadagni di autonomia dei lavoratori nei processi di produzione c.d. postfordisti, e l’idea che le scelte organizzative delle imprese fossero comunque contrassegnate da un’intrinseca razionalità, garantita dal mercato (e dai mercati finanziari).

Già a partire dalla metà degli anni Ottanta, per vero, il diritto del lavoro ha subìto una trasformazione profonda, che ha investito i due pilastri essenziali della disciplina: innanzitutto, si è venuta indebolendo la forza egemonica della categoria di subordinazione, chiave di volta dell’intero sistema. L’elaborazione del costrutto di parasubordinazione attorno ad una norma processuale indicativa della vis attrattiva del diritto del lavoro, ha consentito, per eterogenesi dei fini, una progressiva fuoriuscita dei rapporti di lavoro dall’area delle tutele.

In secondo luogo, è stato progressivamente indebolito il divieto di interposizione nei rapporti di lavoro, dapprima con l’introduzione del lavoro temporaneo tramite agenzia (1997), poi con la somministrazione di lavoro (2003), coeva all’abrogazione della legge 1369 del 1960 e a numerosi interventi univocamente finalizzati a favorire i processi di scomposizione del ciclo produttivo, a partire dalla modifica alla nozione di ramo d’azienda (art. 32, d.lgs. n. 276/03).

 

Dopo il collasso finanziario del 2008, l’inasprirsi delle disuguaglianze, l’aumento delle povertà, il peggioramento delle condizioni di lavoro, hanno sollecitato le scienze sociali non soltanto a rinnovare la loro attenzione per le condizioni di lavoratori e disoccupati, ma anche ad analizzarne le cause, dedicando un’attenzione crescente alle dinamiche di potere sociale sottese alle trasformazioni ed elaborando strategie e strumenti di regolazione.

La sociologia del lavoro e delle organizzazioni e la dottrina giuslavoristica hanno proceduto, in maniera sostanzialmente parallela, ad approfondire due questioni che restano di centrale rilievo per la regolazione giuridica del lavoro: (a) la dinamica dell’azione organizzativa nelle relazioni di lavoro, dentro e oltre i rapporti di pura gerarchia, tradizionalmente governati dal potere direttivo del datore di lavoro ; (b) la questione dei “confini dell’impresa”, ovvero i processi di segmentazione dei processi produttivi, di esternalizzazione e di delocalizzazione, con le loro conseguenze in termini di tutela del lavoro e dell’azione sindacale.

Più recentemente, un ulteriore terreno di approfondimento comune alle due aree disciplinari è divenuto (c) il cosiddetto “lavoro digitale”, articolato nella doppia dimensione dei processi di digitalizzazione dell’industria (c.d. Industria 4.0) e del crescente rilievo dell’organizzazione attraverso piattaforme digitali. Su questo fronte sono oggi disponibili alcuni riscontri empirici della ricerca sociologica e alcuni approdi del diritto positivo e del vivente (specie – ma non solo – con riferimento al lavoro dei c.d. rider).  

Per quel che concerne l’analisi dell’azione collettiva e della sua regolazione, sia nell’una che nell’altra area disciplinare è cresciuta l’attenzione per (d) le strategie di aggiustamento dell’azione sindacale nelle nuove forme di lavoro.

Infine, è prevedibile che, a seguito dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia da Covid-19, un’ulteriore fronte di ricerca che impegnerà sia i sociologi che i giuslavoristi sarà (e) lo studio delle dinamiche occupazionali e organizzative in un’inedita congiuntura economica che ha comportato un incremento dell’uso delle tecnologie digitali nonché l’elaborazione degli strumenti normativi per affrontarle.

 

Lo special issue intende esplorare lo stato, i limiti e le potenzialità del dialogo fra sociologia del lavoro e delle organizzazioni, da un lato, e diritto del lavoro, dall’altro, sulle cinque aree tematiche sopra enunciate.

A questo scopo, invitiamo a sottoporre proposte di articoli che affrontano almeno uno di questi nuclei tematici, focalizzandosi in particolare sulle acquisizioni della sociologia del lavoro e delle organizzazioni e del diritto del lavoro negli ultimi quindici anni:

  • Le traiettorie dell’analisi sociologica sulla trasformazione delle relazioni di lavoro, e sulle sue implicazioni in termini di flessibilità e precarietà, evidenziando in particolare il modo in cui l’analisi sociologica ha messo in luce le dinamiche di potere sociale nei rapporti di lavoro, e il modo in cui ha tematizzato il rilievo delle regole e delle loro trasformazioni;
  • le traiettorie del diritto del lavoro nella regolazione dei rapporti di lavoro, gli strumenti normativi elaborati per la tutela del lavoro non subordinato, il rilievo che l’analisi delle scienze sociali (e dell’economia) ha avuto nella trasformazione dell’elaborazione giuslavoristica sul rapporto di lavoro;
  • le acquisizioni della sociologia economica, del lavoro e delle organizzazioni sulle dinamiche di frammentazione, esternalizzazione, delocalizzazione dei processi di produzione, mettendo in luce in particolare i risultati raggiunti in termini di comprensione delle dinamiche di potere e delle strutture di governance delle catene del valore, nonché di comprensione del rilievo delle norme giuridiche nelle strategie di aggiustamento organizzativo;
  • la trasformazione del punto di vista e dell’elaborazione giuslavoristica sui confini dell’impresa, sui processi di esternalizzazione e sulle connesse responsabilità imprenditoriali, considerando in particolare il contributo che gli attori del campo giuslavoristico hanno tratto dalle analisi della sociologia economica, del lavoro e delle organizzazioni, nonché dal pensiero economico;
  • le acquisizioni della sociologia del lavoro e delle organizzazioni sui processi di digitalizzazione del lavoro, sia per quel che concerne la digitalizzazione della produzione industriale (c.d. Industria 4.0), sia per quel che concerne l’organizzazione del lavoro attraverso piattaforme digitali, con particolare riferimento all’analisi delle dinamiche del potere sociale e organizzativo nei processi di digitalizzazione;
  • le traiettorie dell’analisi giuslavoristica sul cosiddetto “lavoro digitale”, sia per quel che concerne la digitalizzazione dell’industria (c.d. Industria 4.0), sia per quanto riguarda il lavoro organizzato attraverso piattaforme, mettendo in luce in particolare l’attenzione dedicata alle dinamiche del potere sociale e organizzativo nei processi di digitalizzazione, e della sua regolazione;
  • le traiettorie e lo stato della ricerca sociologica sui processi di aggiustamento dell’organizzazione e dell’azione sindacale rispetto alle nuove modalità di organizzazione del lavoro, incluse le forme di quasi-unionism;
  • le acquisizioni del diritto del lavoro e delle relazioni industriali sulle più recenti modalità di organizzazione e azione sindacale;
  • la ricerca sviluppata in seno alle scienze sociali sulle trasformazioni del lavoro nella crisi economica generata dalla pandemia da Covid-19;
  • l’elaborazione sviluppata nel campo giuslavoristico rispetto all’emergenza economica e occupazionale derivante dalla crisi sanitaria del 2020.

 

Digital labor e crisi dell’istituzione salario - 163/2022 (2)

Premessa

Negli ultimi anni, anche a seguito della pandemia da Covid-19, le piattaforme che mediano il lavoro attraverso tecnologie digitali si sono rapidamente diffuse in un numero crescente di settori economici. Tanto le attività inquadrate nell’impiego formale che le nuove forme di lavoro precario e informale risentono oggi di questa corsa verso la piattaformizzazione (Ilo, 2021). Fra i fattori che contribuiscono a tale successo non vi sono però soltanto le nuove potenzialità offerte dall’innovazione tecnologica, ma anche l’impatto di trasformazioni sociali e normative di più lunga durata (Srnicek, 2017).

In particolare, questa Special Issue di “Sociologia del lavoro” si concentrerà sulla fragilizzazione dell’istituzione salariale (Castel, 2007; Chicchi, Leonardi, Lucarelli, 2016) che ha determinato - e continua a determinare nell’economia di piattaforma - un radicale cambiamento delle condizioni sociali, soggettive e materiali del lavoro. Il crescente successo delle piattaforme corrisponde alla diffusione di nuove norme, convenzioni e prassi che hanno l’obiettivo di rendere più efficace il governo del lavoro. Tale processo comporta l’emergenza di un nuovo “regime” lavorativo sempre meno legato alle tradizionali forme regolative della società salariale e basato su prestazioni per lo più prive di protezioni sociali e tutele (Graham, Hjorth, Lehdonvirta, 2017; Marrone, 2021). A questo fenomeno corrisponde un aumento di forme di subordinazione estreme, che una parte della letteratura assimila a lavoro non libero e alla persistenza di oppressione schiavistica (Qiu, 2019). D’altra parte questi processi non sembrano limitarsi a riconfigurare la sfera della produzione e del lavoro, ma coinvolgono anche dimensioni e processi che riguardano la sfera allargata della riproduzione sociale. Per questo motivo, la centralità che le piattaforme oggi hanno assunto in modo evidente dentro la crisi pandemica, fanno emergere nuove e significative linee di gerarchizzazione sociale (di genere, di colore, di digital literacy, ecc..) che mettono in evidenza la presenza di profonde contraddizioni nell’attuale capitalismo di piattaforma.

 

Obiettivi e metodologia

Obiettivo principale della Special Issue è quello di mettere in luce, a partire da una prospettiva sociologica, i tratti emergenti del regime lavorativo di piattaforma. Privilegiando nella selezione contributi basati tanto su approcci teorici che sulla ricerca empirica, è nostro particolare interesse circoscrivere il perimetro e la qualità di quell’attività che nella letteratura internazionale è definita come digital labor. Questo concetto conosce oramai una certa risonanza nel dibattito delle scienze sociali, ma al contempo resta ricoperto da alcune ambiguità di fondo che richiamano la necessità di promuovere, attorno alle sue caratteristiche, un supplemento di dibattito teorico.

Come ha recentemente messo in rilievo Antonio Casilli (2020) l’espressione porta in seno due semantiche piuttosto diverse. La prima si è distinta nei primi anni del nuovo secolo soprattutto negli ambienti di impresa, tra manager, innovatori “dirompenti” e consulenti aziendali. In questo ambiente, il digital labor fa riferimento al processo di automazione, più o meno integrale, della produzione e sposa le scoperte del settore della robotica industriale con quelle dell’analisi dei dati che le piattaforme rendono immediatamente disponibili. La seconda accezione semantica, che viene alla luce in realtà antecedentemente in seno alle controculture digitali e ai movimenti politici di difesa dei diritti dei lavoratori, è portatrice di un’interpretazione maggiormente critica rispetto ai processi di piattaformizzazione. Qui il concetto di digital labor indica il modo in cui le tecnologie riconfigurano il lavoro umano in molte delle sue tradizionali dimensioni, al fine di renderlo maggiormente coerente con un’economia globale sempre più interconnessa e data-intensive.

In questo secondo caso, diventano particolarmente importanti, e a nostro avviso interessanti da indagare, i modi in cui si esercita il governo algoritmico e politico dei nuovi processi di lavoro. Il lavoro digitale, inoltre, richiama e fa riferimento a tutta una serie di prestazioni lavorative emergenti, che vanno dall’economia dei lavoretti (servizi logistici di trasporto e delivery, servizi alla persona, etc.) al micro-lavoro (data entry, moderazione di contenuti online, annotazione di dati per “addestrare” algoritmi, click-farming e gold-farming, ecc..). Di natura spesso occasionale e/o intermittente, queste attività sono così sfuggenti nelle loro prassi di esercizio che espongono il lavoratore a gravi e per certi versi inedite condizioni di estemporaneità e fragilità. Il modo in cui tali occasioni di lavoro si configurano, sia sul piano soggettivo che organizzativo è di primario interesse per la nostra Special Issue, al fine di tentare una mappatura in grado di restituire la varietà di un ambito in continua espansione come quello del lavoro digitale.

 

Ambiti tematici di riferimento

I temi specifici che rientrano nell’ambito della Special Issue possono essere così proposti e puntualizzati:

- Welfare e Platform Economy

- Tecnologie digitali, algoritmi, e nuovi modelli organizzativi

- Economia informale e piattaforme

- Lavoro sociale in rete: creazione di contenuti, moderazione, clickwork

- Lavoro in remoto e micro-tasking

- Gig economy e nuove forme del precariato

- Vecchie e nuove linee di gerarchizzazione nella digitalizzazione

- Formazione, competenze e lavoro nel capitalismo digitale

- Infrastrutture digitali, logistica e spazio urbani

 

Bibliografia di riferimento

Casilli A. (2020). Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo, Feltrinelli.

Castel, R. (2007). La metamorfosi della questione sociale. Una cronaca del salariato. Sellino Editore

Chicchi, F., Leonardi, E., & Lucarelli, S. (2016). Logiche dello sfruttamento: oltre la dissoluzione del rapporto salariale. Ombre Corte.

Graham, M., Hjorth, I., & Lehdonvirta, V. (2017). Digital labour and development: impacts of global digital labour platforms and the gig economy on worker livelihoods. Transfer: European Review of Labour and Research, 23(2), 135-162.

ILO (2021) World Employment and Social Outlook 2021: The role of digital labour platforms

in transforming the world of work, Geneve.

Marrone, M. (2021), Rights against the machines. Il lavoro digitale e le lotte dei rider, Mimesis, Milano-Udine, 2021.

Qiu, J. L. (2019). Goodbye ISlave: A Manifesto for Digital Abolition, University of Illinois Press.

Srnicek, N. (2017). Capitalismo Digitale. LUISS University Press: Milano.

Religione(i) e contesti organizzativi - 162/2022 (1)

Lo scopo di questa sezione monografica è raccogliere contributi originali in grado di accrescere la consapevolezza degli studiosi sull’importanza del ruolo delle religioni nelle organizzazioni di lavoro e nei loro contesti socio-istituzionali di riferimento, incoraggiando ulteriori riflessioni e ricerche su questo tema. Nel loro insieme, gli articoli selezionati potranno anche evidenziare implicazioni e suggerimenti utili ai manager di impresa e ai professionisti chiamati a gestire in modo costruttivo le questioni religiose sul posto di lavoro (ad esempio, con potenziali benefici per quanto riguarda i programmi di gestione della diversità e per l’inclusione, il contrasto alla discriminazione sul lavoro, le pratiche di coinvolgimento dei dipendenti e di welfare aziendale).

Il rapporto tra – da un lato – tradizioni, valori e atteggiamenti religiosi e – dall'altro – comportamento economico e azione organizzativa è stato chiaramente suggerito più di un secolo fa da Max Weber, in particolare nella sua celebre opera "L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” e nei suoi ampi studi comparativi sull'etica economica delle religioni non cristiane. Abbastanza sorprendentemente, tuttavia, fino a tempi molto recenti le ricerche nel campo della sociologia economica e del lavoro e gli studi organizzativi non hanno sviluppato un interesse significativo per il nesso religione-organizzazione. Ciò è ancor più singolare se si considera che negli ultimi decenni il campo contiguo della sociologia della religione, spesso basandosi proprio (anche se non esclusivamente) sull'eredità weberiana, ha suggerito che la religione gioca ancora un ruolo chiave in molteplici sfere della vita sociale (ad esempio: famiglia, istruzione, politica) anche nel contesto del – variamente rappresentato e comunque controverso – processo di secolarizzazione/post-secolarizzazione delle società occidentali. A questo dobbiamo aggiungere la questione chiave dell'interazione quotidiana con le persone e le società non occidentali, dovuta sia all'interdipendenza globale tra economie e società, sia alla mobilità umana su scala planetaria.

Sebbene la religione rimanga una questione molto delicata da affrontare e indagare, è probabile che la scarsa attenzione dedicata al fattore religioso nella ricerca organizzativa sia dovuta principalmente ad alcune barriere endogene. Ad esempio, potremmo sostenere che un ruolo rilevante nello scoraggiare un focus sulla religione è stato svolto dalla sua percezione come un fenomeno troppo distante dalla realtà “razionale” e strumentalmente orientata agli obiettivi delle organizzazioni, in particolare nel caso delle imprese. Un'altra ragione che potrebbe aver portato a trascurare questo tema è rappresentata dalla concezione della religione e della fede come questioni private, o addirittura potenziali fonti di dogmatismo e conflitto quando trovano spazio (e vengono indagate) in contesti di vita pubblica come quelli in cui operano le organizzazioni di lavoro. Infine, un'interpretazione radicale del concetto di “laicità” potrebbe aver portato all'espulsione della religione e della religiosità dalla sfera pubblica.

In realtà, è oggi possibile cogliere i segnali di un cambiamento. Guardando alla letteratura recente, emergono alcune nuove direzioni di analisi che, ad esempio, indagano questioni relative a: le organizzazioni religiose, i loro comportamenti e scelte strategiche; la religione e la spiritualità sul posto di lavoro nelle loro implicazioni per le pratiche di gestione del personale; il funzionamento e la gestione dei contesti organizzativi multi-religiosi; le pratiche e i cambiamenti innescati dalle diversità religiose nelle forze lavoro e in contesti organizzativi specifici (es. la scuola o i centri di accoglienza per richiedenti asilo).

Tutto ciò porta a ritenere che sia giunto il momento di includere più sistematicamente la religione nello studio delle organizzazioni e del mondo del lavoro contemporanei. A tal fine, l’invito è a proporre articoli originali di taglio teorico e/o empirico-applicativo su argomenti quali:

  • l'intersezione tra la gestione e la performance delle organizzazioni e la fede religiosa di fondatori, imprenditori e manager;
  • l’influenza delle componenti religiose dei contesti socio-istituzionali sulla vita dei lavoratori e sul funzionamento delle organizzazioni;
  • il rapporto tra l'integrazione di elementi religiosi/spirituali nelle organizzazioni e lo sviluppo di particolari culture organizzative, stili di leadership, modelli di cooperazione e gestione dei conflitti, pratiche motivazionali;
  • l'influenza delle identità religiose (interne e/o esterne) sulla comunicazione organizzativa, le strategie commerciali e le pratiche di networking;
  • l'esperienza delle persone religiose/non religiose all'interno dei contesti organizzativi e professionali;
  • l'impatto delle componenti religiose delle culture organizzative sulle pratiche di sostenibilità e di responsabilità sociale d’impresa;
  • la rilevanza e le implicazioni delle dottrine e dei valori religiosi (ad esempio, il pensiero sociale cattolico, le prospettive islamiche) rispetto agli attuali cambiamenti e sfide nelle organizzazioni e nel mondo del lavoro;
  • il governo della diversità religiosa nei luoghi di lavoro, il riconoscimento dei diritti religiosi nei diversi livelli di contrattazione e nelle pratiche di gestione delle risorse umane;
  • le implicazioni del pluralismo religioso per le politiche di pari opportunità, relative ai diritti umani e per le pratiche di cittadinanza;
  • il riconoscimento della dimensione spirituale nelle pratiche organizzative, di cura del benessere dei lavoratori e di welfare aziendale;
  • il ruolo dei fattori religiosi e spirituali nella vita organizzativa e dei lavoratori, in tempi di crisi economica, nei contesti di precarietà lavorativa e nello scenario post-pandemico.

Povertà, lavoro e famiglia - 161/2021 (3)

https://www.francoangeli.it/riviste/CFP/SL-call38.pdf

[NON ATTIVA] Cultura manageriale e identità lavorativa nei sistemi di istruzione - 160/2021 (2)

https://www.francoangeli.it/riviste/CFP/SL-call37.pdf

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