Cinquecento cinquanta docenti di sostegno italiani: questo il campione che ha consentito di esplorare, attraverso un disegno quantitativo cross-sectional, come la categoria stia costruendo il proprio rapporto professionale con l’intelligenza artificiale. I dati restituiscono un’apertura reale, ma anche una frattura difficile da ignorare: tra chi sa usare il digitale in senso generico e chi è concretamente preparato a integrare l’AI nei contesti inclusivi. Le regressioni multiple mostrano che non è l’autoefficacia tecnologica a spiegare le pratiche di cura digitale ‒ è la sensibilità intersezionale. La disponibilità a usare l’AI in classe dipende invece da come i docenti percepiscono le proprie competenze, valutano il potenziale inclusivo degli strumenti e orientano la propria identità professionale verso la relazione e l’etica. Ne deriva un’indicazione precisa per chi forma i futuri insegnanti di sostegno: i percorsi TFA e gli abilitanti da 60 CFU non possono ridurre l’AI a modulo aggiuntivo ‒ devono integrarla dentro una formazione critica, attenta alle disuguaglianze e radicata nell’etica della cura.