La psicologia clinica si è storicamente sviluppata assumendo come proprio fondamento una concezione della soggettività ereditata dalla modernità: quella di un soggetto dotato di razionalità riflessiva, capace di orientare il proprio agire e, attraverso di esso, contribuire alla riproduzione dell’ordine sociale. Il presente contributo sostiene che tale configurazione antropologica si stia dissolvendo e che le forme emergenti della soggettività richiedano un ripensamento delle categorie teoriche e cliniche consolidate. Integrando teoria psicologica e analisi dei processi storico-sociali, il lavoro propone di interpretare la contemporaneità come l’affermarsi di una diversa modalità di organizzazione dell’esperienza. La tesi centrale è che la dissoluzione delle forme vitali del legame sociale e la crescente diffusione di ambienti altamente astratti e al tempo stesso percettivamente saturi abbiano modificato le condizioni entro cui la mente realizza la stabilizzazione delle proprie rappresentazioni. Da questa prospettiva, la cosiddetta mutazione antropologica non riguarda l’intensità di fenomeni già noti, ma il modo stesso in cui l’esperienza viene costituita. Ne consegue che il paziente contemporaneo non può essere interpretato come una deviazione rispetto a un modello universale di soggettività, ma come espressione di una diversa configurazione storico-culturale dell’umano. Il contributo si conclude sostenendo la necessità di una revisione delle categorie fondative della psicologia clinica, orientata a una rinnovata attenzione ai processi di costruzione di senso e alle condizioni storico-sociali della soggettivazione.