Nella complessa dimensione della ludopatia, il gruppo apre un nuovo capitolo, con pagine da riscrivere con la premessa necessaria della diffidenza, della cautela, della profezia che si autoavvera.
Il giocatore si sperimenta su un terreno che non ha mai conosciuto, lo ha fatto in parte o che deve ritrovare nella memoria degli affetti. Uscire dall’isolamento vuol dire mettersi a nudo e questo richiede, in primis, accettare gli “abiti” in cui è costretto dal gioco.
Armonizzare quelle parti stridenti degli affetti spontanei con tutte quelle volte in cui ha tradito le sue priorità è mettersi allo specchio e guardare e sfidare l’immagine che tanto si sforza di rinnegare. Il gruppo farà da cassa di risonanza aprendo tutte le ferite ignorate e nel contempo, una sorta da “ammortizzatore” perché contatta la condivisione, l’assenza di giudizio l’empatia tra simili.
Riemerge la rassicurazione del senso di appartenenza e la prospettiva di un tessuto sociale in cui ritrovare la voce e un ruolo, mette il giocatore nella condizione di ascoltare ed essere ascoltato.
Si esplorano tre differenti modi di condurre il gruppo di auto-aiuto, due delle quali su territori diversi (Campania e Molise); si delineano, così, risorse e limiti di percorsi in presenza dei familiari, con i soli giocatori ludopatici e di una graduale evoluzione da una modalità all’altra.