L’autore sostiene che la comunità terapeutica possa essere letta come una eterotopia in senso foucaultiano, uno “spazio altro” in cui diventano visibili i principi impliciti della cura. L’articolo mostra come la comunità intrecci eterotopie di crisi ed eterotopie di deviazione, offrendo ai pazienti una scena simbolica in cui storie, affetti e relazioni possano essere rappresentati e trasformati. Attraverso riferimenti alla psicoanalisi contemporanea, al concetto di identità narrativa e a metafore artistiche (Rodin, Magritte, Pistoletto, Pontormo, Viola), l’autore mette in luce il ruolo del campo comunitario come matrice di rispecchiamento e dispositivo di ricostruzione del senso. Egli afferma che il gruppo di lavoro debba formarsi e autorappresentarsi come un’eterotopia viva, capace di contenere la complessità della psicosi e prevenire derive distopiche o retrotopiche. La comunità terapeutica emerge così come luogo dinamico in cui le storie individuali possono ritrovare voce, continuità e possibilità trasformative fondamentali per la cura.
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