L’articolo analizza l’attuale tragedia umanitaria in corso nella Striscia di Gaza, a partire dal pensiero di figure intellettuali come Simone Weil, Walter Benjamin e Primo Levi, e ponendola in dialogo con la memoria storica della Shoah. Quello che l’autore mette in luce è come l’orrore contemporaneo porti con sé il rischio di trasformare le antiche vittime in nuovi carnefici, perpetrando nel tempo un trauma che si rinnova e cambia oggetto, mascherandosi di un potere che agisce in maniera sconsiderata, barbarica e confusa, e che sfocia così in una pulsione distruttiva apparentemente inarrestabile. L’autore, attraverso le testimonianze vive del giornalista Alaa Mattar e le voci dei poeti gazawi, analizza la guerra disumana di Gaza, lo sterminio di una popolazione e la cancellazione della civiltà di un territorio, che avviene sotto lo sguardo inerme del mondo; il discorso si allarga poi verso una critica politica globale, individuando in figure come Netanyahu, Trump e Musk, i promotori di un nuovo “tecnofascismo” o “autocrazia post-moderna”, e nelle strategie “shock and awe” una nuova forma di controllo di dominio neo-coloniale. È per questo che l’autore, in conclusione, indica nella poesia, e nelle “piccole resistenze quotidiane” (pic-coli libri, piccole case editrici, piccoli gesti, piccole Sumud), la sola via per preservare l’umanità contro il nichilismo imperante e per ripristinare la lucidità della coscienza. La poesia come testimonianza del coraggio e del sangue pulsante dell’umanità; uno sguardo unico, quello della poesia, del soggetto davanti al mondo e al suo dolore, e quindi uno sguardo coraggioso e umano davanti al mistero incomprensibile dell’universo rivolto al bene.