Storicamente, le città sono state modellate da diverse linee di confine: alcune fisiche e impenetrabili, come le mura difensive; altre non fisiche ma altrettanto potenti, come quelle che separavano la città dalla campagna. Il concetto di confine si è progressivamente ampliato oltre la dimensione geografica, fino a includere aspetti sociali, politici, culturali e psicologici del territorio – una condizione particolarmente evidente nelle zone di frontiera segnate da conflitti. Questi spazi di transizione conservano spesso le tracce materiali e immateriali di guerre, migrazioni e memorie irrisolte. Da una prospettiva storico-urbana, il confine rappresenta un punto di osservazione privilegiato per comprendere come le città assorbano, reinterpretino o cancellino nel tempo le eredità difficili.
Assumendo il confine come lente per leggere la storia urbana e territoriale, e attraverso una selezione di casi di studio, il contributo analizza i confini sia come cause sia come conseguenze dei conflitti. Esamina inoltre la relazione tra il patrimonio legato ai conflitti e i territori di frontiera – e viceversa – indagando il ruolo del turismo nella comprensione, comunicazione e valorizzazione dei patrimoni contesi in questi contesti.
Non ultimo, considera le aree di confine che persistono in uno stato di “sospensione”, luoghi irrisolti e ancora aperti che costituiscono un terreno fertile di sperimentazione per testare e sviluppare modelli di turismo consapevole, capaci di trasformare il patri monio dissonante in spazio di interpretazione storica, coesione sociale e partecipazione pubblica.